Senil ferocia

Fausto Rosi spalancò le imposte socchiudendo gli occhi quando l’intensità ferina della luce gli trafisse le pupille abituate al buio. Maledisse ferocemente il sole implacabile e l’aria secca e polverosa che penetravano nella stanza dissipando definitivamente la piacevole frescura notturna. Zoppicando sulla caviglia malandata scese le scale e mise a bollire l’acqua per il tè. Un cane altrettanto sciancato si avvicinò con un intenso sguardo supplice negli occhi dispersi tra il folto pelo fulvo. “No Pablo, non è ancora ora di pranzo.” Il bollitore fischiò imperativo reclamando l’attenzione del vecchio.
Il cane si dedicò ad un’accurata attività esplorativa della ciotola e del pavimento circostante, alla ricerca di eventuali rimasugli del pasto precedente ma fu rapidamente costretto a desistere. Leggermente claudicante si accucciò ai piedi del padrone che, immerso nei suoi rituali mattutini, non gli prestò attenzione. Era impegnato con il tè, un rituale che non esitava a definire un’arte: la sua specialità era variare l’intensità del gusto e la miscela in base alle prime sensazioni del risveglio. L’afa esterna gli suggerì l’utilizzo del latte e il cattivo umore lo fecero propendere per una intensa e pregiata mistura di tè chai, giunta direttamente dalla Persia. Le foglie andavano lasciate in infusione per otto minuti prima che potesse essere aggiunto il latte ed il vecchio si accese uno degli ultimi esemplari della preziosa riserva di Cohiba Behike. Non era mai stato un fumatore accanito, l’asma gli aveva impedito di diventarlo ma trovava appagante sia la preparazione del sigaro che l’atto di soffiare fumo dalla bocca. Gli ricordava gli anni del gelo, quando, ancora bambino, cacciava vapore acqueo dai polmoni fingendo che fosse il fumo di una sigaretta. Diede le prime boccate giornaliere e filtrò il tè ormai pronto. Aggiunse il latte ed iniziò a sorseggiare, alternando automaticamente un tiro di sigaro, un sorso di chai ed un sospiro sconsolato.

Meno di mezzora dopo, archiviati i propri bisogni fisiologici era pronto ad uscire. Il signor Rosi aprì cautamente l’uscio di casa ma nessuna precauzione avrebbe potuto fermare la furiosa ondata di calore che lo travolse. Sconsolato gettò uno sguardo al proprio orologio in cerca di una conferma alle sensazioni che scaturivano dalla sua pelle bollente ed irritata: era il 13 di maggio ed il termometro integrato segnalava una temperatura di 29 gradi centigradi alle 8 del mattino. Avanzò lentamente sotto la veranda ombreggiata, lasciando le proprie impronte sulle piastrelle coperte di arida polvere brunita. Nei campi antistanti la cascina gli esili germogli dorati maturavano troppo presto, disseccandosi giorno dopo giorno sotto il sole rovente.
Nell’ora successiva la temperatura continuò a salire implacabile mentre il signor Rosi distribuiva le esigue forniture idriche nazionali nei lotti di terreno che gli sembrava ne avessero più bisogno. Ad intervalli regolari scrutava il cielo terso con occhi avviliti, alla disperata ricerca di una nuvola che ponesse fine alla siccità ed alla calura opprimente. La sua mente vagava affaticata, il sangue scorreva denso e lento nelle vene rendendo ogni movimento faticoso. Dopo otto anni di siccità il suo lavoro era diventato incredibilmente più complicato. Aveva dovuto dapprima abbandonare la coltivazione del riso, il cui bisogno di acqua era diventato insostenibile. Dopo cinque anni di scarse precipitazioni anche Ada, da lui adorata, si era arresa ed era andata a cercare lavoro nella Capitale, abbandonandolo all’eroica lotta con la desertificazione. Tre anni dopo l’unica coltivazione ancora in grado di sopravvivere era il mais.  I suoi pensieri si soffermarono, come ogni giorno, sulla sua famiglia dispersa. Fantasticò di vendere la proprietà e di trascorrere gli ultimi anni di vita facendo visita alla figlia e ai due nipoti, per poterli viziare con i pochi soldi rimasti. Era sempre più risoluto nei suoi pensieri ma ormai rassegnato all’incapacità di trasformare la risoluzione in azione. Si giustificava adducendo motivi futili come lo scarso valore delle proprietà agricole in quegli anni o il fastidio arrecato ma nei momenti di massima sincerità, pur esitando, era in grado di confessare a Pablo di essersi abituato alla sua solitudine e di essere sempre stato troppo pigro per decidere di migliorare definitivamente la sua condizione.
A metà mattina si prese una pausa dal lavoro: tergendosi il sudore che gocciolava copioso dalla fronte camminò lentamente fino a raggiungere il muretto a secco più vicino. Si sedette all’ombra di un carrubo e ne mangiucchiò i frutti maturati prematuramente, in attesa che la testa smettesse di girare vorticosamente e le vertigini lo abbandonassero. Lavorò fino ad ora di pranzo, quando la temperatura raggiunse i 36 gradi opprimendo ogni essere vivente sotto una cappa intollerabile. Mentre si ritirava nell’ombra della veranda percepì un alito di vento rovente scompigliargli i capelli bianchi e radi: si guardò attorno, speranzoso, fiutando in quella btrzza un possibile cambio di temperatura. Non c’era, però, una sola nuvola all’orizzonte e il signor Rosi aveva smesso di fare affidamento sulle proprie sensazioni vent’anni prima, quando la manipolazione meteorologica si era diffusa  rendendo inattendibile ogni previsione climatica.

Quando Pablo abbaiò, Fausto Rosi stava predisponendo i piatti per il lavaggio a secco giornaliero. Aveva le orecchie turate in previsione del frastuono della lavastoviglie e si rese conto dell’eccitazione del cane solo quando questo riuscì ad intrufolarsi in cucina. Speranzoso abbandonò momentaneamente i piatti al loro lercio destino e si affrettò dietro l’animale che scodinzolava furiosamente, pregando in cuor suo che Pablo non lo stesse conducendo dinanzi all’ennesimo trofeo di caccia. Non era così. Uscito di casa una vaporosa nuvola candida che si apprestava a nascondere il sole dietro le sue coltri attirò lo sguardo del contadino. Il signor Rosi ne studiò rapidamente forma, dimensioni e direzione finché, soddisfatto, si avviò verso la cantina con tutta la fretta che gli consentivano le gambe vecchie ed ossute.
Quando ne riemerse recava in spalla un oggetto che da lontano ricordava un’antica spingarda ma che, ad uno sguardo più attento, tradiva la sua fabbricazione più recente. Assieme, stringendolo nell’incavo dell’ascella, portava un alto  treppiede che, in pochi secondi, fu aperto e piantato saldamente nel terreno. Con misurata perizia il signor Rosi installò la “spingarda” sul treppiede e, con gesti esperti, vi aggiunse un mirino telescopico di fattura militare. Estraendola dalle profondità delle proprie tasche, soppesò sul palmo raggrinzito una grossa capsula marrone la cui forma ricordava vagamente un proiettile.
Mentre lavorava mormorava rivolto al cane: “Sì Pablo, è un rischio lo so. Avevamo deciso di tenerlo per le emergenze visto quanto l’abbiamo pagato. Ma quella nuvola viene senza dubbio verso di noi e i campi sono aridi. Sicuro, sicuro. Dannazione, spero solo che funzioni.” Inserì il proiettile assicurandosi di spingerlo fino in fondo alla canna ed inquadrò con la massima precisione possibile la nuvola bianca che si avvicinava pigramente.
“Allora, allora. Modalità manuale senza dubbio. Non può riconoscerla da solo, è troppo bianca.” Sospirò profondamente: “Quelle dannate guerre ci hanno rovinato Pablo. Forse dovevamo morire tutti all’epoca.” Si torse debolmente le mani su cui ogni giorno esercitava meno controllo.“Siamo vecchi io e te Pablo, dovremmo riposarci o esser morti”.
Il signor Rosi prese un respiro profondo e si ricordò di quando, ragazzino, si era appassionato delle gare di tiro con l’arco alle Olimpiadi. Quei formidabili arcieri erano in grado di colpire un bersaglio a settanta metri scagliando una freccia a parabola. Gli tornò alla mente il telecronista che aveva raccontato come, raggiunti certi livelli, il tiro con l’arco diventasse quasi una questione mentale, un’azione istintiva, in cui la vista era quasi superflua e di come gli atleti, per evitare la minima vibrazione, fossero soliti scoccare tra un battito di cuore e l’altro.
Si concentrò sul proprio respiro cercando di renderlo il più fluido possibile e, individuato il battere eccitato del proprio cuore, si sforzò di rallentarlo il più possibile. “Augurami buona fortuna, Pablo.” Inspirò profondamente e premette il grilletto. Per un attimo gli sembrò di vedere il proiettile che, fiero e preciso, si dirigeva senza deviazioni verso la nuvola.
Il cane abbaiò ed il signor Rosi si rilassò: “Spero sia andata bene. Non che avessimo altra scelta.”
Prese tra le mani la stoffa con cui proteggeva la “spingarda dall’umidità. “Questi cloud seeder ci faranno morire di fame” pensò “o altrimenti lo farà la porcheria chimica che c’è dentro.”
Si rivolse ancora una volta al cane: “Sai Pablo, prima della guerra, ero una persona abbastanza intelligente, mi piaceva leggere, studiare, informarmi. Da allora però non riesco più a farlo, la testa mi esplode.” Scosse la testa borbottando: “Per fortuna non mi capisci, altrimenti mi avresti già tirato qualcosa per quante volte te l’ho detto.” Distolse lo sguardo dal cloud seeder e guardò in alto, verso la nuvola in avvicinamento: “Guarda, nemmeno riesco a leggere le istruzioni ormai. Io-ioduro di idro-idrogeno. Però la nuvola mi sembra più minacciosa, vero?”
Partendo dal centro, striature grigiastre andavano diffondendosi per tutta la lunghezza della nube trasformandola in un minuscolo fronte temporalesco. “Pare che ce l’abbiamo fatta vecchio mio, che dici, rientriamo o restiamo qua a prendere un po’ d’acqua?” chiese il vecchio sfoderando un raro sorriso.
“Aspetta aspetta, sta arrivando qualcuno. Potrebbe essere il signor Vianelli.” Pablo abbaiò poco convinto in direzione di una piccola sagoma che si affrettava lungo la stradina polverosa dando calci rabbiosi ai resti dell’asfalto. Il signor Rosi , anche a grande distanza, riusciva ad intuire la rabbia che animava la figura in avvicinamento.
“Signor Gianni, buon pomeriggio!” gridò quando riuscì a riconoscere il vicino in arrivo.
“Buon pomeriggio un cazzo” esclamò quello indicando la nuvola incombente “Che cosa diavolo è quella?”
“Un po’ di pioggia a rinfrescarci la giornata direi.”
“Si rende conto di quello che ha fatto?”
“Perchè?”
“Farai grandinare idiota. E le mie viti sono ancora scoperte, mi hai rovinato.”
“Non penso sia un mio problema, a me serviva l’acqua per i germogli di mais, che posso farci?”
“Poteva evitare di inseminare quella dannata nuvola. L’ho vista sa? Era bianca mezz’ora fa.”
“Non mi faccia essere ripetitivo, non è un mio problema.”
Il signor Vianelli calciò una pietra con stizza colpendo di striscio il povero Pablo che, uggiolando, si ritirò  con la coda tra le zampe.
“Che fiero cane da guardia che sei, eh bestiaccia?” gridò il signor Rosi “E lei come si permette di fare del male al mio cane?” Il signor Rosi si avvicinò minaccioso. “Chi se la prende con Pablo se la prende con me.”
“Ah sì? E che vuole fare ora?”
“Questo.” Mentre parlava il signor Rosi afferrò il signor Vianelli per il collo della maglia e lo spintonò. Questi, sorpreso, cadde goffamente al suolo. Si rialzò faticosamente massaggiandosi le natiche e la schiena doloranti.
“Come ha osato? Non me ne frega niente che lei è più vecchio, adesso ha esagerato.” Tentò di schiaffeggiarlo ma il signor Rosi, ripescando da chissà dove i riflessi giovanili, schivò prontamente il colpo e rise.
“Non sono poi così tanto vecchio vero? Dai vieni, ho abbastanza forze da farti il culo, idiota. Nessuno tocca il mio cane.”
Il signor Vianelli si avvicinò ancora una volta, risoluto ma guardingo. Ripensando a tutti i film di lotta che aveva guardato caricò un pugno mirando al plesso solare ma cambiò bersaglio in corsa. Il colpo colse nel segno schiantandosi contro lo sterno dell’avversario che accusò vistosamente. I due vecchi mugolarono all’unisono per l’impatto che si era ripercosso sulle cartilagini già provate dall’età.
Il signor Rosi partì al contrattacco masticando insulti e bestemmie e per un attimo ripensò alle folli battaglie dei suoi anni da soldato. Si scagliò addosso all’altro abbrancandolo per le spalle e, con uno sforzo sovrumano, lo gettò al suolo cadendogli addosso rovinosamente.
Mentre le prime gocce d’acqua toccavano il terreno evaporando istantaneamente, la zuffa perse ogni rimasuglio di logica. I due contendenti colpivano a casaccio ogni punto scoperto con la stessa furia priva di freni dei bambini, massacrandosi i volti raggrinziti. La pioggia rinforzò iniziando ad impregnare il terreno e i due si ritrovarono in breve la bocca piena di fango e denti rotti. Il signor Vianelli, facendo appello alle ultime forze, si slanciò in una disperata offensiva, incurante del naso fracassato e del sangue che si riversava copioso sulla camicia. Colpì tre volte in rapida successione lacerando un sopracciglio al signor Rosi il quale, furioso e accecato, tentò di ricambiare le botte mirando ai testicoli.
Devastati dallo sforzo, si sfiancavano nel fango denso e pesante che si attaccava ai loro corpi rendendo i movimenti più gravosi. Nemmeno si lamentavano del dolore, ogni energia era rivolta ad inspirare l’ossigeno vitale. Squassato dalla tosse il signor Rosi si alzò in ginocchio per sfruttare la gravità ed imprimere più forza ai suoi pugni ma i muscoli delle cosce lo tradirono e cadde riverso sul corpo esanime del signor Vianelli. Ingoiando e sputacchiando la boccata di sangue e terra che lo stava soffocando, rotolò via allontanandosi dall’avversario svenuto. L’ira si dissolse veloce come si era formata. Pensò alla guerra e per un attimo rivide davanti agli occhi il paragrafo sul desiderio di morte del vecchio libro di filosofia. Si chiese da dove fosse arrivata tutta quella rabbia e dove fosse finita. Il vecchio cane si avvicinò e si accucciò uggiolando al suo fianco mentre chiudeva gli occhi. “Sei tornato finalmente.”

Giacevano entrambi esanimi nella polvere che andava trasformandosi in fango argilloso. La pioggia sferzante lavava il sangue dai volti tumefatti, dando sollievo alle escoriazioni più profonde.
“Però è bella” sospirò il signor Vianelli “Mi ero quasi scordato di quanto potesse essere piacevole l’acqua che ti scorre addosso.”
“Sì è bella. Ed io sono troppo vecchio e malconcio per alzarmi. Non credo che valga la pena sforzarsi. In fondo è un posto migliore di tanti altri per finirla.”
Il signor Vianelli aprì la bocca e lasciò che le gocce gli zampillassero dentro. Guardò il vecchio disteso al suo fianco. Per un attimo si chiese se il signor Rosi non avesse realmente tenuto fede alle sue parole. Decise che non gli importava.

I germogli di mais sembravano già più vivaci.

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Feretro

Alta l’onda
sotto il fragore del sole
fracassa il fasciame.
Urla il vento selvaggio,
frantuma l’acqua vorace.
L’uomo assetato dal sale
esulta al canto della Sirena,
dolce fragranza
di nostalgico pane.

L’onda lo innalza e lo sostiene,
lo culla violenta e materna.
Lo conduce a lidi dorati
tra la sabbia sferzata dal vento,
per sottrarlo al sollievo
di un porto sicuro.
Carnefice ignara lo inchioda,
coronato di spuma,
agli scogli affilati.

Lontane le rive,
calore liquido si spande
dai lecci in fiamme.
Infrange il cielo sereno
il fulmine,
incendia la terra rovente
ed il mirto maturo.
Scarlatto l’albatro
grida nel vento,
sangue purpureo
scorre sul ventre
e terra rossa nel becco.

Affiora l’uomo,
lo spirito chiama
con voce di Donna.
Teneramente
l’avvolge la tomba d’acqua.
Placida l’onda
culla il corpo spezzato.
L’animo intatto è reso alla terra.
Riposa immutabile
con la barca violata.
Sorride tra le schegge
del suo funerale.

Hic in aeternum

Il mio nome è Benedetto e, per quanto ne so, ho dimora su questa terra da più tempo di chiunque altro. In vita ho messo in pratica la Parola del Signore con umiltà e compassione e sono sempre stato considerato un uomo retto; da quando sono morto, invece, non faccio altro che deludere coloro che ripongono la loro fede in me.

Questo accade perché la Chiesa Romana mi ha dichiarato santo più tre secoli fa e i fedeli si tramandano miracoli avvenuti in mio nome, io stesso ne avrei compiuti alcuni in vita.

La mera realtà è un’altra: io non ho mai visto la luce del volto di Dio, non ho mai varcato le soglie celesti, non ho mai calcato suolo che non fosse quello terreno.

Non so come sia potuto accadere, non so se si tratta di un’altra pagina dello spartito divino o se, semplicemente, dovrò attendere la fine dei tempi e il Giudizio Universale per sapere quale sarà il mio destino. E nemmeno c’è qualcuno a cui chiedere, perché non posso percepire nessun altro nella mia stessa condizione. All’atto del mio ultimo respiro ho chiuso gli occhi e ho desiderato che il Signore mi accogliesse nel suo definitivo e amorevole abbraccio paterno ma non è successo nulla e mi sono risvegliato subito. Ero in piedi, accanto al mio vecchio corpo inerte che giaceva sul letto. La mia amatissima figlia aveva chiuso le mie palpebre per celare la fissità di quegli occhi spenti, il parroco aveva benedetto le mie spoglie mortali invocando il nome di mia moglie, che mi accogliesse nei pascoli eterni. Io mi struggevo cercando di capire che cosa non avesse funzionato, come avessi potuto mancare l’appuntamento divino. Chiudevo e spalancavo gli occhi a più riprese sperando che l’errore si risolvesse e mi ritrovassi di fronte ad una realtà differente. Ho invocato a lungo il nome di Dio, giurando di confidare in lui e nel suo giudizio, affidandomi alla sua bontà e alla sua misericordia, mentre il dubbio si insinuava sottilmente nel mio animo fedele, ho gridato e ho scoperto che nessuno dei vivi poteva sentirmi né rendersi conto della mia presenza.

Probabilmente ho semplicemente avuto quello che meritavo, il nulla, il continuo perpetuarsi di giorni inutili e vuoti, senza la possibilità di comunicare col mondo né di interferire in alcun modo con l’ordine delle cose. Non posso leggere se qualcuno non apre il libro per me, né vedere un film se nessuno accende la televisione. Posso osservare e basta. Nei primi decenni ho seguito le vicende della mia famiglia, appassionandomi ad esse, dolendomi nelle sconfitte e gioendo per le vittorie, spettatore di una soap opera post-medioevale; ma con il trascorrere delle generazioni, le vicende dei miei discendenti hanno perso il loro ascendente su di me, era passato troppo tempo perché potessi ancora vedere qualcosa di mio in quelle persone.

Una notte di inverno, a più di un secolo dalla mia dipartita ufficiale sono partito, abbandonando i miei luoghi natali, in cerca di risposte: ho frequentato i luoghi del potere e ne sono rimasto disgustato allontanandomene, ho viaggiato, ho frequentato lezioni di filosofia, ho seguito lo sviluppo tecnologico, ho partecipato alle sedute di meditazione dei più famosi maestri zen giapponesi, ho trascorso mesi in una buia caverna cercando di raggiungere io stesso un’illuminazione che mi permettesse di trovare una ragione al mio stato.

Poi mi hanno fatto Santo. La cerimonia è stata addirittura divertente, con tutta quella pomposità, quegli incensi, quegli inni di cui non comprendevo il senso, quelle persone inginocchiate di fronte al mio simulacro. Chissà chi o che cosa dà alla Chiesa tutte quelle certezze, magari c’è davvero qualcuno che parla con Dio. Mi ero interessato alla questione in passato frequentando le stanze da letto di alcuni mistici e, mi dispiace dirlo, dormivano sonni troppo profondi per essere anime peccatrici in lotta col demonio.

Ed io ridevo, stolto, mentre inneggiavano al mio nome, senza sapere come quell’avvenimento avrebbe influito sulla mia esistenza. L’ho capito col tempo, perché se le preghiere delle alte cariche ecclesiastiche possono risuonare false e gonfiate all’orecchio, esistono preghiere sincere, di persone che sperano e necessitano davvero di un aiuto che io non posso dare.

Hanno costruito chiese a me dedicate, di cui una enorme in America Centrale dove la gente è solita andare in pellegrinaggio offrendo le proprie sofferenze in cambio di una grazia.

Ho fatto di questo luogo di culto la mia casa e ascolto tutte le preghiere che mi vengono sussurrate. Esserci per tutte quelle persone che si affidano a me come ultima spiaggia è il minimo oltre che l’unica cosa che posso fare. L’impotenza mi ha corroso rendendomi cinico più di quanto avesse fatto la vita stessa, obbligarmi ad ascoltare tutte quelle tragedie mi ha permesso di afferrare a fondo la famose frase di Erodoto: “La peggiore delle pene umane è proprio questa: comprendere molte cose e non avere su di esse alcun potere.”

Secondo logica sarei dovuto impazzire in poco tempo ma la follia è una delle tante cose che non mi è più concessa: eppure l’avrei accolta a braccia aperte e con un sorriso ironico sulle labbra. Io che in vita l’avevo evitata il più possibile e l’additavo come sintomo della presenza del demonio a contaminare l’anima delle persone, ora la bramavo con tutte le forze, la chiamavo perché venisse a liberarmi dalla mia impotenza e urlavo la mia frustrazione a quel mondo che non poteva sentirmi. Ne coglievo l’ironia, eccome se ci riuscivo, ma non mi importava più, tutti hanno bisogno di un senso al proprio esistere e, se questo senso scompare, la perdita della realtà sarebbe stato un ottimo surrogato.

Non c’è nemmeno una luce verso cui andare: quella millantata dalla televisione e descritta da chi ha avuto esperienze extra-corporee; nessuna fonte di gioia e calore ad attendere che io mi decida a raggiungerla. Negli ultimi anni sogno spesso quella luce, tutte le notti mi ossessiona. La vedo vicinissima a me, posso quasi sfiorarla con le dita. Faccio un passo e questa si allontana, ne faccio un altro e succede lo stesso. Allora inizio a correre e mi accorgo di essere nudo. Il mio obiettivo, lo scopo che bramo da secoli è lì, quasi a portata di mano. Corro a perdifiato mentre la luce si allontana sempre di più, ogni volta la inseguo con ostinazione finché, finalmente non smette di distanziarmi e comincio ad avvicinarmi. Arrivo a pochi passi da essa, l’ho quasi raggiunta, posso quasi sentire che mi accoglie ma ogni volta si dissolve di fronte ai miei occhi.. Succede sempre lo stesso ma i sogni non hanno memoria e la delusione è sempre la solita, straziante, che sembra mutilarti l’anima.

Almeno avessi un motivo per ritrovarmi qui: una qualsiasi questione irrisolta, un debito da pagare, un contenzioso con Dio da poter risolvere sulla terra. Ma non è così, ho avuto secoli per pensarci e non ho molto della mia vita passata di cui pentirmi. E’ quello che c’è dopo la morte che fa schifo. Vivere ho vissuto, ho fatto le mie scelte, ho fatto errori ma la fede in Dio era il mio bastone per scavalcare ogni avversità. Era più facile di adesso la fede. C’era Dio ed era facile semplice credere in Lui: i problemi più grandi -fame, epidemie, guerre- erano esterni all’uomo inteso come singolarità. Era solo Dio che poteva intervenire ed io credevo ciecamente in un Suo disegno più grande.

Adesso che ogni giorno mi ritrovo ad ascoltare le preghiere delle persone mi rendo conto di quanto sia più complicato avere fede. Forse è questo il mio destino dopo la morte. Ogni tanto mi immagino seduto ad una scrivania bianca, ben vestito, un’espressione pacata in viso. Sono davanti ad una telecamera e sto girando una specie di spot pubblicitario. Con il tono più rassicurante in mio possesso dico: “Io sono qui per te e ci sarò sempre, al massimo delle mie possibilità. Puoi contarci e puoi fidarti di me.” E dentro di me penso:” “Questo è vero, io ci sarò ma per te non potrò fare nulla”. E questa immagine mi distrugge da dentro.

Perché non è una sola preghiera al giorno, non sono decine, non centinaia, ma migliaia di persone, un numero incalcolabile nel corso dei secoli che mi affidano sé stesse. Non è cercare di fermare un torrente con le mani, è contrastare una marea potendo contare sul più insignificante tra gli atomi di idrogeno. E’ sapere che un fiume sta andando a distruggere una città e poterlo osservare mentre provoca dolore e morte da una postazione privilegiata.

Non so se, come me, chiunque sia morto si ritrova oggi a vagare sulla terra senza destinazione e senza uno scopo, invisibile a tutti o se, invece, sono l’unico fortunato. Certe volte però, immagino le grandi menti del passato che, dopo aver scoperto gli errori delle loro elucubrazioni, vagano peregrine su questa terra, disilluse e ridenti, e si godono lo spettacolo dei vivi mentre questi, in un’eco di shakespeariana memoria, si dimenano ingaggiando una strenua lotta contro la morte, trascinando le proprie esistenze sull’enorme Palcoscenico.