Senil ferocia

Fausto Rosi spalancò le imposte socchiudendo gli occhi quando l’intensità ferina della luce gli trafisse le pupille abituate al buio. Maledisse ferocemente il sole implacabile e l’aria secca e polverosa che penetravano nella stanza dissipando definitivamente la piacevole frescura notturna. Zoppicando sulla caviglia malandata scese le scale e mise a bollire l’acqua per il tè. Un cane altrettanto sciancato si avvicinò con un intenso sguardo supplice negli occhi dispersi tra il folto pelo fulvo. “No Pablo, non è ancora ora di pranzo.” Il bollitore fischiò imperativo reclamando l’attenzione del vecchio.
Il cane si dedicò ad un’accurata attività esplorativa della ciotola e del pavimento circostante, alla ricerca di eventuali rimasugli del pasto precedente ma fu rapidamente costretto a desistere. Leggermente claudicante si accucciò ai piedi del padrone che, immerso nei suoi rituali mattutini, non gli prestò attenzione. Era impegnato con il tè, un rituale che non esitava a definire un’arte: la sua specialità era variare l’intensità del gusto e la miscela in base alle prime sensazioni del risveglio. L’afa esterna gli suggerì l’utilizzo del latte e il cattivo umore lo fecero propendere per una intensa e pregiata mistura di tè chai, giunta direttamente dalla Persia. Le foglie andavano lasciate in infusione per otto minuti prima che potesse essere aggiunto il latte ed il vecchio si accese uno degli ultimi esemplari della preziosa riserva di Cohiba Behike. Non era mai stato un fumatore accanito, l’asma gli aveva impedito di diventarlo ma trovava appagante sia la preparazione del sigaro che l’atto di soffiare fumo dalla bocca. Gli ricordava gli anni del gelo, quando, ancora bambino, cacciava vapore acqueo dai polmoni fingendo che fosse il fumo di una sigaretta. Diede le prime boccate giornaliere e filtrò il tè ormai pronto. Aggiunse il latte ed iniziò a sorseggiare, alternando automaticamente un tiro di sigaro, un sorso di chai ed un sospiro sconsolato.

Meno di mezzora dopo, archiviati i propri bisogni fisiologici era pronto ad uscire. Il signor Rosi aprì cautamente l’uscio di casa ma nessuna precauzione avrebbe potuto fermare la furiosa ondata di calore che lo travolse. Sconsolato gettò uno sguardo al proprio orologio in cerca di una conferma alle sensazioni che scaturivano dalla sua pelle bollente ed irritata: era il 13 di maggio ed il termometro integrato segnalava una temperatura di 29 gradi centigradi alle 8 del mattino. Avanzò lentamente sotto la veranda ombreggiata, lasciando le proprie impronte sulle piastrelle coperte di arida polvere brunita. Nei campi antistanti la cascina gli esili germogli dorati maturavano troppo presto, disseccandosi giorno dopo giorno sotto il sole rovente.
Nell’ora successiva la temperatura continuò a salire implacabile mentre il signor Rosi distribuiva le esigue forniture idriche nazionali nei lotti di terreno che gli sembrava ne avessero più bisogno. Ad intervalli regolari scrutava il cielo terso con occhi avviliti, alla disperata ricerca di una nuvola che ponesse fine alla siccità ed alla calura opprimente. La sua mente vagava affaticata, il sangue scorreva denso e lento nelle vene rendendo ogni movimento faticoso. Dopo otto anni di siccità il suo lavoro era diventato incredibilmente più complicato. Aveva dovuto dapprima abbandonare la coltivazione del riso, il cui bisogno di acqua era diventato insostenibile. Dopo cinque anni di scarse precipitazioni anche Ada, da lui adorata, si era arresa ed era andata a cercare lavoro nella Capitale, abbandonandolo all’eroica lotta con la desertificazione. Tre anni dopo l’unica coltivazione ancora in grado di sopravvivere era il mais.  I suoi pensieri si soffermarono, come ogni giorno, sulla sua famiglia dispersa. Fantasticò di vendere la proprietà e di trascorrere gli ultimi anni di vita facendo visita alla figlia e ai due nipoti, per poterli viziare con i pochi soldi rimasti. Era sempre più risoluto nei suoi pensieri ma ormai rassegnato all’incapacità di trasformare la risoluzione in azione. Si giustificava adducendo motivi futili come lo scarso valore delle proprietà agricole in quegli anni o il fastidio arrecato ma nei momenti di massima sincerità, pur esitando, era in grado di confessare a Pablo di essersi abituato alla sua solitudine e di essere sempre stato troppo pigro per decidere di migliorare definitivamente la sua condizione.
A metà mattina si prese una pausa dal lavoro: tergendosi il sudore che gocciolava copioso dalla fronte camminò lentamente fino a raggiungere il muretto a secco più vicino. Si sedette all’ombra di un carrubo e ne mangiucchiò i frutti maturati prematuramente, in attesa che la testa smettesse di girare vorticosamente e le vertigini lo abbandonassero. Lavorò fino ad ora di pranzo, quando la temperatura raggiunse i 36 gradi opprimendo ogni essere vivente sotto una cappa intollerabile. Mentre si ritirava nell’ombra della veranda percepì un alito di vento rovente scompigliargli i capelli bianchi e radi: si guardò attorno, speranzoso, fiutando in quella btrzza un possibile cambio di temperatura. Non c’era, però, una sola nuvola all’orizzonte e il signor Rosi aveva smesso di fare affidamento sulle proprie sensazioni vent’anni prima, quando la manipolazione meteorologica si era diffusa  rendendo inattendibile ogni previsione climatica.

Quando Pablo abbaiò, Fausto Rosi stava predisponendo i piatti per il lavaggio a secco giornaliero. Aveva le orecchie turate in previsione del frastuono della lavastoviglie e si rese conto dell’eccitazione del cane solo quando questo riuscì ad intrufolarsi in cucina. Speranzoso abbandonò momentaneamente i piatti al loro lercio destino e si affrettò dietro l’animale che scodinzolava furiosamente, pregando in cuor suo che Pablo non lo stesse conducendo dinanzi all’ennesimo trofeo di caccia. Non era così. Uscito di casa una vaporosa nuvola candida che si apprestava a nascondere il sole dietro le sue coltri attirò lo sguardo del contadino. Il signor Rosi ne studiò rapidamente forma, dimensioni e direzione finché, soddisfatto, si avviò verso la cantina con tutta la fretta che gli consentivano le gambe vecchie ed ossute.
Quando ne riemerse recava in spalla un oggetto che da lontano ricordava un’antica spingarda ma che, ad uno sguardo più attento, tradiva la sua fabbricazione più recente. Assieme, stringendolo nell’incavo dell’ascella, portava un alto  treppiede che, in pochi secondi, fu aperto e piantato saldamente nel terreno. Con misurata perizia il signor Rosi installò la “spingarda” sul treppiede e, con gesti esperti, vi aggiunse un mirino telescopico di fattura militare. Estraendola dalle profondità delle proprie tasche, soppesò sul palmo raggrinzito una grossa capsula marrone la cui forma ricordava vagamente un proiettile.
Mentre lavorava mormorava rivolto al cane: “Sì Pablo, è un rischio lo so. Avevamo deciso di tenerlo per le emergenze visto quanto l’abbiamo pagato. Ma quella nuvola viene senza dubbio verso di noi e i campi sono aridi. Sicuro, sicuro. Dannazione, spero solo che funzioni.” Inserì il proiettile assicurandosi di spingerlo fino in fondo alla canna ed inquadrò con la massima precisione possibile la nuvola bianca che si avvicinava pigramente.
“Allora, allora. Modalità manuale senza dubbio. Non può riconoscerla da solo, è troppo bianca.” Sospirò profondamente: “Quelle dannate guerre ci hanno rovinato Pablo. Forse dovevamo morire tutti all’epoca.” Si torse debolmente le mani su cui ogni giorno esercitava meno controllo.“Siamo vecchi io e te Pablo, dovremmo riposarci o esser morti”.
Il signor Rosi prese un respiro profondo e si ricordò di quando, ragazzino, si era appassionato delle gare di tiro con l’arco alle Olimpiadi. Quei formidabili arcieri erano in grado di colpire un bersaglio a settanta metri scagliando una freccia a parabola. Gli tornò alla mente il telecronista che aveva raccontato come, raggiunti certi livelli, il tiro con l’arco diventasse quasi una questione mentale, un’azione istintiva, in cui la vista era quasi superflua e di come gli atleti, per evitare la minima vibrazione, fossero soliti scoccare tra un battito di cuore e l’altro.
Si concentrò sul proprio respiro cercando di renderlo il più fluido possibile e, individuato il battere eccitato del proprio cuore, si sforzò di rallentarlo il più possibile. “Augurami buona fortuna, Pablo.” Inspirò profondamente e premette il grilletto. Per un attimo gli sembrò di vedere il proiettile che, fiero e preciso, si dirigeva senza deviazioni verso la nuvola.
Il cane abbaiò ed il signor Rosi si rilassò: “Spero sia andata bene. Non che avessimo altra scelta.”
Prese tra le mani la stoffa con cui proteggeva la “spingarda dall’umidità. “Questi cloud seeder ci faranno morire di fame” pensò “o altrimenti lo farà la porcheria chimica che c’è dentro.”
Si rivolse ancora una volta al cane: “Sai Pablo, prima della guerra, ero una persona abbastanza intelligente, mi piaceva leggere, studiare, informarmi. Da allora però non riesco più a farlo, la testa mi esplode.” Scosse la testa borbottando: “Per fortuna non mi capisci, altrimenti mi avresti già tirato qualcosa per quante volte te l’ho detto.” Distolse lo sguardo dal cloud seeder e guardò in alto, verso la nuvola in avvicinamento: “Guarda, nemmeno riesco a leggere le istruzioni ormai. Io-ioduro di idro-idrogeno. Però la nuvola mi sembra più minacciosa, vero?”
Partendo dal centro, striature grigiastre andavano diffondendosi per tutta la lunghezza della nube trasformandola in un minuscolo fronte temporalesco. “Pare che ce l’abbiamo fatta vecchio mio, che dici, rientriamo o restiamo qua a prendere un po’ d’acqua?” chiese il vecchio sfoderando un raro sorriso.
“Aspetta aspetta, sta arrivando qualcuno. Potrebbe essere il signor Vianelli.” Pablo abbaiò poco convinto in direzione di una piccola sagoma che si affrettava lungo la stradina polverosa dando calci rabbiosi ai resti dell’asfalto. Il signor Rosi , anche a grande distanza, riusciva ad intuire la rabbia che animava la figura in avvicinamento.
“Signor Gianni, buon pomeriggio!” gridò quando riuscì a riconoscere il vicino in arrivo.
“Buon pomeriggio un cazzo” esclamò quello indicando la nuvola incombente “Che cosa diavolo è quella?”
“Un po’ di pioggia a rinfrescarci la giornata direi.”
“Si rende conto di quello che ha fatto?”
“Perchè?”
“Farai grandinare idiota. E le mie viti sono ancora scoperte, mi hai rovinato.”
“Non penso sia un mio problema, a me serviva l’acqua per i germogli di mais, che posso farci?”
“Poteva evitare di inseminare quella dannata nuvola. L’ho vista sa? Era bianca mezz’ora fa.”
“Non mi faccia essere ripetitivo, non è un mio problema.”
Il signor Vianelli calciò una pietra con stizza colpendo di striscio il povero Pablo che, uggiolando, si ritirò  con la coda tra le zampe.
“Che fiero cane da guardia che sei, eh bestiaccia?” gridò il signor Rosi “E lei come si permette di fare del male al mio cane?” Il signor Rosi si avvicinò minaccioso. “Chi se la prende con Pablo se la prende con me.”
“Ah sì? E che vuole fare ora?”
“Questo.” Mentre parlava il signor Rosi afferrò il signor Vianelli per il collo della maglia e lo spintonò. Questi, sorpreso, cadde goffamente al suolo. Si rialzò faticosamente massaggiandosi le natiche e la schiena doloranti.
“Come ha osato? Non me ne frega niente che lei è più vecchio, adesso ha esagerato.” Tentò di schiaffeggiarlo ma il signor Rosi, ripescando da chissà dove i riflessi giovanili, schivò prontamente il colpo e rise.
“Non sono poi così tanto vecchio vero? Dai vieni, ho abbastanza forze da farti il culo, idiota. Nessuno tocca il mio cane.”
Il signor Vianelli si avvicinò ancora una volta, risoluto ma guardingo. Ripensando a tutti i film di lotta che aveva guardato caricò un pugno mirando al plesso solare ma cambiò bersaglio in corsa. Il colpo colse nel segno schiantandosi contro lo sterno dell’avversario che accusò vistosamente. I due vecchi mugolarono all’unisono per l’impatto che si era ripercosso sulle cartilagini già provate dall’età.
Il signor Rosi partì al contrattacco masticando insulti e bestemmie e per un attimo ripensò alle folli battaglie dei suoi anni da soldato. Si scagliò addosso all’altro abbrancandolo per le spalle e, con uno sforzo sovrumano, lo gettò al suolo cadendogli addosso rovinosamente.
Mentre le prime gocce d’acqua toccavano il terreno evaporando istantaneamente, la zuffa perse ogni rimasuglio di logica. I due contendenti colpivano a casaccio ogni punto scoperto con la stessa furia priva di freni dei bambini, massacrandosi i volti raggrinziti. La pioggia rinforzò iniziando ad impregnare il terreno e i due si ritrovarono in breve la bocca piena di fango e denti rotti. Il signor Vianelli, facendo appello alle ultime forze, si slanciò in una disperata offensiva, incurante del naso fracassato e del sangue che si riversava copioso sulla camicia. Colpì tre volte in rapida successione lacerando un sopracciglio al signor Rosi il quale, furioso e accecato, tentò di ricambiare le botte mirando ai testicoli.
Devastati dallo sforzo, si sfiancavano nel fango denso e pesante che si attaccava ai loro corpi rendendo i movimenti più gravosi. Nemmeno si lamentavano del dolore, ogni energia era rivolta ad inspirare l’ossigeno vitale. Squassato dalla tosse il signor Rosi si alzò in ginocchio per sfruttare la gravità ed imprimere più forza ai suoi pugni ma i muscoli delle cosce lo tradirono e cadde riverso sul corpo esanime del signor Vianelli. Ingoiando e sputacchiando la boccata di sangue e terra che lo stava soffocando, rotolò via allontanandosi dall’avversario svenuto. L’ira si dissolse veloce come si era formata. Pensò alla guerra e per un attimo rivide davanti agli occhi il paragrafo sul desiderio di morte del vecchio libro di filosofia. Si chiese da dove fosse arrivata tutta quella rabbia e dove fosse finita. Il vecchio cane si avvicinò e si accucciò uggiolando al suo fianco mentre chiudeva gli occhi. “Sei tornato finalmente.”

Giacevano entrambi esanimi nella polvere che andava trasformandosi in fango argilloso. La pioggia sferzante lavava il sangue dai volti tumefatti, dando sollievo alle escoriazioni più profonde.
“Però è bella” sospirò il signor Vianelli “Mi ero quasi scordato di quanto potesse essere piacevole l’acqua che ti scorre addosso.”
“Sì è bella. Ed io sono troppo vecchio e malconcio per alzarmi. Non credo che valga la pena sforzarsi. In fondo è un posto migliore di tanti altri per finirla.”
Il signor Vianelli aprì la bocca e lasciò che le gocce gli zampillassero dentro. Guardò il vecchio disteso al suo fianco. Per un attimo si chiese se il signor Rosi non avesse realmente tenuto fede alle sue parole. Decise che non gli importava.

I germogli di mais sembravano già più vivaci.

Feretro

Alta l’onda
sotto il fragore del sole
fracassa il fasciame.
Urla il vento selvaggio,
frantuma l’acqua vorace.
L’uomo assetato dal sale
esulta al canto della Sirena,
dolce fragranza
di nostalgico pane.

L’onda lo innalza e lo sostiene,
lo culla violenta e materna.
Lo conduce a lidi dorati
tra la sabbia sferzata dal vento,
per sottrarlo al sollievo
di un porto sicuro.
Carnefice ignara lo inchioda,
coronato di spuma,
agli scogli affilati.

Lontane le rive,
calore liquido si spande
dai lecci in fiamme.
Infrange il cielo sereno
il fulmine,
incendia la terra rovente
ed il mirto maturo.
Scarlatto l’albatro
grida nel vento,
sangue purpureo
scorre sul ventre
e terra rossa nel becco.

Affiora l’uomo,
lo spirito chiama
con voce di Donna.
Teneramente
l’avvolge la tomba d’acqua.
Placida l’onda
culla il corpo spezzato.
L’animo intatto è reso alla terra.
Riposa immutabile
con la barca violata.
Sorride tra le schegge
del suo funerale.